Juan Villoro e l’arte di dare bene le cattive notizie: intervista di Verónica Boix

Condividiamo l’intervista che Verónica Boix ha fatto a Juan Villoro per El Clarín in occasione della sua partecipazione al festival virtuale di non fiction Basado en Hechos Reales, tenutosi a dicembre, insieme a Ivan Jablonka, Emir Kusturica, Ana Basualdo e Martín Caparrós, intervista durante la quale lo scrittore messicano ha parlato delle piaghe della corruzione e del maschilismo in America Latina oltre che, ovviamente, di letteratura. Traduzione a cura di Gaia Biffi.



Tra il sapere e la passione Juan Villoro sceglie entrambe. Parla con serenità, senza gesti magniloquenti, però la precisione delle sue frasi centra sempre il bersaglio del significato. Da lì il fatto che sia uno dei riferimenti intellettuali più rispettati dell’America Latina, e uno degli invitati stellari al Festival Basado en Hechos Reales che diffonde e celebra il non fiction, genere in cui Villoro si è messo in luce sin dai suoi inizi nel giornalismo.
Il cronista delle idee, come è stato definito in alcune occasioni, ha imparato prima a scrivere in tedesco e solo dopo in spagnolo. E questo, come racconta in uno dei saggi compresi in La utilidad del deseo, il suo libro più recente, gli ha restituito un vincolo intimo con la lingua madre che ha dispiegato in diversi giochi in tutta la sua scrittura.
Narratore e cronista, Villoro è uno di quegli scrittori che preferiscono correre un rischio nuovo a ogni libro. Da quando ha pubblicato il primo dei suoi racconti, La noche navegable, ha scritto per bambini, giovani e adulti, oltre che saggi su diverse tematiche, come i terremoti di El espejo del miedo, gli autori che lo appassionano in Efectos personales, De eso se trata e La máquina desnuda, o sul calcio in Dios es redondo.
Nel 2004 ha ricevuto il riconoscimento che meritava con il Premio Herralde per il suo romanzo El testigo (Il testimone, gran vía 2016, n.d.r.), la storia di un intellettuale emigrato che torna in Messico per studiare la figura del poeta Ramón López Velarde. Che sia finzione o no, l’opera di Villoro fa dialogare l’immaginazione, l’esperienza e la riflessione con un pensiero critico che mostra i chiaroscuri del reale. Uno degli aspetti chiave è che riesce a dotare le idee più complesse di emozione e, con semplicità, le rende più vicine.

Inizialmente, è stato ritenuto vicino al presidente Manuel López Obrador ma, con il passare del tempo, è diventato sempre più critico sul suo governo. A cosa si deve questo cambiamento di presa di posizione?
Nel 2006, López Obrador era un candidato più ampiamente di sinistra, che non stabiliva alleanze con gruppi politici estranei al suo orientamento politico, con energie che si avvicinavano più a una reale trasformazione del paese. Sono stato molto vicino a quella campagna, simpatizzo con molte delle sue misure e dei suoi atteggiamenti. Abbiamo vissuto un paese dove le classi privilegiate e i politici si sono dedicati sistematicamente al saccheggio con la massima impunità, dunque, già solo il suo arrivo e la lotta alla corruzione che ha intrapreso sono un cambiamento storico fondamentale. Ma, nel 2018, si presenta indebolito perché stabilisce alleanze con gruppi che non sono progressisti, ad esempio, si presenta mano nella mano con il partito degli evangelisti e dopo aver stabilito numerosi vincoli con vecchi membri del PAM e del PRI. Vale a dire, la destra e il partito istituzionale messicano. Questo rende l’idea del tipo di governo che sta guidando, non è un governo davvero di sinistra, è più che altro populista con qualche impeto che ricorda ciò che era nel 2006.

Quali decisioni giuste e quali mancanze sottolineerebbe?
Ha progetti di estrazione e di sviluppo terribili, come il “Tren Maya” che trasporterà 5 milioni di turisti attraverso la Penisola dello Yucatan e scatenerà il consumo, la proliferazione di hotel, discoteche, bar, postriboli multinazionali in tutta la regione, ma difficilmente porterà benefici alla gente. Ha condotto una politica caudillista dove quasi tutte le decisioni passano da lui; è refrattario alla critica, gli costa fatica avere vicino degli esperti che potrebbero cambiare la sua opinione. Tutto ciò è sbagliato. Allo stesso tempo ha ottenuto successi importanti, come il controllo delle imprese in merito alla qualità dei loro prodotti, la lotta alla corruzione, una politica estera condotta abbastanza bene in circostanze difficili con gli USA.

Come si immagina che possa essere il mondo dopo la pandemia?
Spero che non si ritorni a ciò che c’era prima. Quando la gente dice “torniamo alla normalità”, credo che non ne valga la pena. Il mondo era totalmente spaccato in polarizzazioni politiche, in una situazione di ecocidio, già quasi terminale, e un’alienazione della tecnologia molto forte. Non era il momento migliore della specie. Mi preoccupa che la sempre maggiore dipendenza dalle piattaforme digitali, sommata ai pretesti per controllare la gente per motivi di salute, portino a forme di controllo, a complicate egemonie biopolitiche. Da un lato, ho timore di questa società del controllo, dove la paura del contagio si trasforma in un’efficace forma di paranoia per i governi; dall’altro lato, ho la speranza che si ricostruisca la società partendo dall’importanza degli atti presenziali. Non è mai stato così importante pensare al teatro, alle riunioni che implicano comunione, ai riti, ad abbracciare gli altri, a recuperare il valore del corpo e dei gesti. Il futuro si dibatterà su questo.

Nei suoi testi di non fiction, saggi e cronache, si vede un dialogo tra idee, autori e voci. La non fiction è una letteratura collettiva?
Nelle catastrofi, nei terremoti, nelle malattie, quando ti senti oltre la tragedia, hai bisogno di qualcuno a cui raccontare cosa è successo. Nessuno sopravvive in silenzio. È stata l’esperienza che abbiamo avuto con il terremoto in Cile. L’architettura cilena è una forma di miracolo e abbiamo resistito al terremoto, il quinto più forte nella storia della terra, ha cambiato l’asse di rotazione del pianeta. Siamo rimasti lì per una lunga settimana, siamo passati attraverso il trauma di stare tra la vita e la morte e, dopo averlo superato, abbiamo iniziato a parlare come pazzi. Si è trasformato in una sorta di laboratorio narrativo. Questo è ciò che ha alimentato il mio libro El espejo del miedo: il fatto che sopravvivere è un’operazione narrativa. In molti momenti la narrazione cerca il dialogo per via di questa necessità di dover liberare qualcosa che ti ha stressato attraverso le parole, ma che si concretizza solo se l’altro ti ascolta. Non è come una finzione che puoi tenere nascosta e che probabilmente leggeranno tra quarant’anni, non è qualcosa che ricerca il contagio e l’empatia. È la narrativa del disastro quella che richiede quest’orecchio complice.

E i saggi?
Il saggio, in modo molto più sereno, cerca la stessa compagnia, ma per altre ragioni. La percezione del fatto estetico ha pienamente senso se lo condividi in qualche modo. L’affermazione della critica d’arte, il saggio stesso, viene da quel gesto che condividiamo nel vedere un quadro in un museo e, all’improvviso, indichiamo un dettaglio con l’indice e diciamo a chi è con noi “guarda quello”. Quel piccolo gesto di mettere in risalto qualcosa che ha valore perché hai capito che lì c’era una chiave, un segno, e soprattutto, condividendolo con l’altro, quel segno acquisisce rilevanza. Questo è il significato basico della critica d’arte o del saggio. In questa misura, mi sembra che sia un genere utile, non rimane dentro di te, ha bisogno dell’altro perché se no non avrebbe senso che lo enunciassi. Alla fine, il saggista è un postino. Se la narrativa del disastro ha come narratore un postino che porta cattive notizie, è un’arte anche dare bene le cattive notizie.

Ha detto che l’America Latina è un continente che chiede di essere raccontato. Quali scritture pensa che lo facciano meglio ad oggi?
C’è un gran ricorso alla cronaca in Argentina con gente come Leila Guerriero e Martín Caparrós. Questo è stato molto importante in Messico per ridare significato al narcotraffico. Nel 2006 il presidente Felipe Calderón ha lanciato la guerra che non è passata per il Congreso, che non è stata approvata nemmeno dal suo partito, una campagna unipersonale, presidenziale. Ha avuto come filo conduttore il ritenere che il Messico era stato parzialmente sequestrato da bande criminali, da una specie di contro-società che si era incrostata tra di noi, e che l’esercito stava per recuperare la sovranità. E le esplosioni di violenza si attribuivano al fatto che, dinnanzi all’esercito, il crimine organizzato aveva dovuto cercare altre vie e si disputavano tra di loro gli spazi liberi. Vale a dire, era tutto un automatismo tattico senza prendere in considerazione che il narcotraffico è un fenomeno sociale, che per molte persone è la migliore possibilità di vita in un paese che non offre loro altre alternative, che la questione presentava lati economici, politici, religiosi, di rapporti con gli USA, tutta una serie di categorie simboliche che dovevano essere analizzate.

In che modo la cronaca ha affrontato il tema?
Questa semplificazione ha fatto in modo che il giornalismo si occupasse fondamentalmente dei capi mafia, di chi perpetrava violenza, ed è sorto a poco a poco un movimento di cronaca importantissimo, capeggiato principalmente da croniste donne come Daniela Rea, Marcela Turati, anche alcuni giornalisti uomini, come Javier Valdez Cárdenas che, disgraziatamente, è stato assassinato un paio d’anni fa. Tutti loro hanno iniziato a capire che il grande problema non erano i protagonisti degli atti delittuosi, bensì le vittime, e che bisognava riscrivere la storia a partire dal basso. Non pensando al sangue ma alla vita che si perde con il sangue. Questo movimento non ha prodotto solo alcune cronache straordinarie, ha contribuito affinché il paese, nel suo insieme, recepisse in modo diverso la violenza. È stato un caso emblematico di come la narrativa può ricostruire discorsi, compreso quello ufficiale, che ovviamente ha dovuto rinunciare a questa semplificazione non appena Calderón è salito al potere.

E dalla finzione?
Mi interessa una letteratura del limite. Credo che si preannunci già nella celebre Antología de la literatura fantástica di Bioy, Borges e Silvina Ocampo, e l’eredità elusa da questa antologia. Dico elusa perché basicamente abbiamo conosciuto l’opera, i gusti e le preferenze di Borges e Bioy. Silvina rimase una figura minore, nel senso che era una figura un po’ messa all’angolo nella letteratura argentina, ma anche perché la sua immaginazione era molto più audace, vicina a voci periferiche non egemoniche. Ciò che pensano i bambini, le donne, i pazzi, i vagabondi, gli illuminati del quartiere, un mondo al margine, e questo ha dato luogo a una narrativa. Vedo un filo conduttore molto chiaro tra la scrittura di Silvina Ocampo e quella delle scrittrici contemporanee, penso, ovviamente, a Mariana Enriquez, Samanta Schweblin, Lina Meruane in Cile, Guadalupe Nettel in Messico. Vedo lì una letteratura che non chiamerei necessariamente fantastica, ma una letteratura del limite dove la percezione si trova tra il delirante e il realista, anche iperrealista. Ha a che vedere con le voci cancellate. Non è un caso che le protagoniste siano donne che sono quelle che hanno vissuto questa parte elusa della storia.

Come vede la situazione delle scrittrici, soprattutto, tenendo conto che è membro di un’istituzione come il Colegio Nacional de México che è stato tacciato di misogino?
L’America Latina e il Messico in particolare sono una riserva di maschilismo veramente straordinaria, tutte le nostre istituzioni sono permeate di maschilismo. Non c’è stata una rettora dell’Universidad Nacional, la partecipazione delle donne nella Academia de la Lengua è del 5%, insomma, quasi nessuna istituzione messicana si salva da questo. E il Colegio Nacional è un esempio di come sia stata esercitata questa egemonia maschile. È stato fondato nel 1943 con 20 membri, tutti uomini, è stato ampliato a 40 membri nel 1971, nuovamente tutti uomini, e sono state incorporate molte poche donne. Sono entrato a far parte del Colegio Nacional da poco, circa cinque anni fa, e da allora è stato triplicato il numero di donne, che continuano a essere poche. Ma il fatto che sia stato triplicato parla di un rinnovamento che dobbiamo enfatizzare. Dobbiamo lottare per lavorare con una prospettiva di genere. E per raggiungere equità.

E cosa lo ha portato a rimanere in un’istituzione con quelle caratteristiche maschiliste?
Questa è davvero una bella domanda e ha a che vedere con le possibilità di cambiamento che ci possono essere all’interno di un’istituzione e le cose che tu puoi fare in ambito personale. Ho combattuto, insieme ad altri compagni, varie battaglie e abbiamo vinto quelle sufficienti a cambiare quest’istituzione. È un’istituzione che è arrivata troppo vetusta al XXI secolo e, dall’altra parte, è un’istituzione d’eccellenza, se pensi che lì c’è lo scopritore del Templo Mayor, il nostro principale archeologo Eduardo Matos Moctezuma. È morto da poco Mario Molina, Premio Nobel per la Chimica che è stato pioniere della lotta contro il buco dell’ozono. O Julia Caravias, una delle principali ecologiste del paese. È un luogo per cui vale la pena, ma bisogna modernizzarlo. Non credo che la soluzione stia nel dare fuoco alle istituzioni e fuggire sul monte ad alimentarti di radici. Se la gente avesse smesso di lottare per ottenere il voto delle donne, per ottenere i diritti civili, per ottenere l’autonomia delle università, per ottenere tante cose che sono riforme, non rivoluzioni radicali, be’, a me sarebbe sembrato codardo non partecipare alla lotta.

Questo mostra un ruolo attivo degli intellettuali.
Non c’è nessun ruolo assegnato. Mi sembra molto prepotente pensare che l’intellettuale debba comportarsi in un certo modo. L’indifferenza di fronte alla cosa pubblica è un diritto che tutti possono avere e ammiro certi poeti che si dedicano a scrivere sonetti d’amore e voltano le spalle agli avvenimenti del secolo. Ognuno assume la posizione che gli sembra giusta.

E qual è la sua?
Il mio posto è lo spazio vuoto tra due sedie. Per non assumere posizioni polarizzate, rimango in mezzo. Molte volte è uno spazio senza posto a sedere, scomodo, ma può essere uno spazio di particolare lucidità. C’è stata una sovra-rappresentazione dell’intellettuale pubblico in America Latina. Il fatto che uno scrittore possa essere candidato alla presidenza ci dice che in questo paese si conoscono poco gli scrittori.  È un paese dove la lettura è un bene che scarseggia. Chi la domina e chi, in più, si dedica a pubblicare libri, può essere visto come un profeta, che ha la palla di vetro e potrà parlare di tutti i temi. E molte volte gli intellettuali commettono l’errore di farlo. La letteratura cerca di dare forma al caos, cerca di dotare di senso un mondo che non ce l’ha e, dunque, lo scrittore può dare l’illusione di poter cambiare anche la realtà concreta. Ma, detto tutto ciò, inevitabilmente, quando uno scrive sul giornale o fa una dichiarazione inizia ad avere una risonanza che ti colloca nel discorso pubblico. E ciò che hai detto e hai scritto ti impegna in qualche modo.

Di fatto, lei scrive rubriche su diversi mezzi di comunicazione e partecipa al dibattito pubblico. Quale pensa che sia la sfida maggiore di questa visibilità?
Non c’è niente di più grave di un intellettuale che diventa rappresentativo di una causa. Un intellettuale che perde non solo la sorpresa, bensì qualcosa di più importante, la capacità di migliorarsi, di correggersi, di cambiare rotta. Nelle cose che scrivo credo che ci sia una volontà di non chiudere gli occhi di fronte alle avversità. Il Messico è un paese ferito da numerosi problemi, discriminazioni razziali, di genere, di classe, un’inettocrazia che si è impadronita del governo per molti anni. È difficile rimanere indifferente e non alzare la voce. La migliore lezione dell’inferno è immaginare un paradiso alternativo. Quando ti metti in problemi gravi come cronista e sei testimone di una realtà atroce, una forma di ribellione è immaginare qualcosa di differente, costruire storie che, anche se trattano di problematiche, richiamino la sensualità, il senso dell’umorismo, felicità ancora future.

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