Il nuovo boom latinoamericano: le scrittrici indicano la via

Stanno dominando le classifiche di vendita e i rispettivi libri sono letti e premiati in tutto il mondo. La maggior parte di loro rifiuta le etichette, ma concorda sul fatto che le donne stanno riscuotendo molto successo nell’universo letterario.
Pubblichiamo, nella traduzione di Gaia Biffi, l’articolo apparso su La Nacion a firma di Fabiana Scherer, che ringraziamo.


María Fernanda Ampuero, Mariana Enríquez, Fernanda Melchor, Camila Sosa Villada


“In un documentario sul famoso boom latinoamericano, quello degli uomini, la giornalista argentina Leila Guerriero, una delle grandi rappresentanti della cronaca del nostro Paese (e, indubbiamente, parte integrante di questo fenomeno di autrici che stanno ottenendo riconoscimento), definì quel movimento un boom di testosterone. Seguendo questa linea, possiamo parlare di un boom di progesterone? Forse”, domanda Gabriela Saidon, autrice di La Reina.

Nel 2017, quando la scrittrice argentina Samanta Schweblin, grazie all’opera Distanza di sicurezza divenne finalista del Booker Prize, uno dei premi più importanti del mondo anglosassone, mise la letteratura latinoamericana al centro della scena. Da allora, e con maggiore enfasi, giornali come The New York Times o The Guardian hanno rivolto lo sguardo verso varie autrici. Quest’anno, tra le fila del prestigioso premio, si annovera un’altra argentina, Mariana Enríquez (al momento della stampa del giornale non se ne conosceva il risultato) grazie al libro di racconti Los peligros de fumar en la cama. Questi meritati riconoscimenti, a causa delle ripercussioni sul mercato internazionale, hanno permesso di tracciare un parallelismo con il noto boom latinoamericano, sorto tra gli anni Sessanta e Settanta, e, al contempo, hanno portato a una rivalutazione delle voci femminili che non entrarono in quel ristretto club e, ad oggi, si discute in merito all’etichetta di nuovo boom latinoamericano femminile. La messicana Fernanda Melchor, autrice dell’acclamato Stagione di uragani, non sa se si tratti di un vero e proprio boom, ma crede fermamente che oggigiorno ci sia un grandissimo interesse per le voci femminili, per le storie raccontate da donne, “un interesse che io definirei vorace”, afferma. “Le case editrici vogliono pubblicare le donne, e i lettori vogliono leggerle. Nell’avvicinarsi a queste voci, c’è un interesse genuino. Ma non so se si possa davvero parlare di boom femminile, perché questo significherebbe paragonare la situazione presente a un fenomeno letterario che si è verificato più di mezzo secolo fa. Se prendiamo in considerazione il fatto che, attualmente, ci troviamo di fronte a una congiunzione spettacolare di scrittrici provenienti da diversi Paesi e da diverse generazioni, e che producono opere di notevole qualità e di risonanza internazionale, sì, potremmo dire che si tratta di un fenomeno similare. Ma ci sono anche varie differenze: le scrittrici attuali, per esempio, non privilegiano il romanzo come mezzo espressivo: ci sono anche autrici di racconti, saggiste, croniste. E nonostante ci sia una determinata congiunzione politica orientata verso il femminismo e la lotta per la parità tra uomini e donne, non c’è una tale unitarietà di prospettive politiche ed estetiche come c’era negli anni Sessanta tra i signori del boom”.

Il rischio di catalogare con un’etichetta ciò che succede nell’universo letterario risveglia alcuni dibattiti come quello proposto dalla scrittrice ecuadoriana María Fernanda Ampuero (Pelea de gallos, Sacrificios humanos, di prossima pubblicazione presso gran vía, n.d.r.), che non ha dubbi nel reputare “tremendamente ingiusto paragonare ciò che sta succedendo adesso a quel fenomeno di marketing editoriale, il cosiddetto boom latinoamericano (in cui non primeggiava necessariamente il valore delle opere, ma piuttosto un’altra cosa: la creazione di un’immagine dell’America Latina che fosse vendibile). Prima di tutto perché durante quel boom c’erano molte donne che scrivevano straordinariamente bene e che i riflettori dell’epoca, il tavolo delle novità, le pagine dei supplementi letterari decisero di lasciare nell’ombra, com’è noto. In quella deliberata oscurità rimasero dei prodigi della letteratura che avevano già una traiettoria solida, come Alicia Yánez Cossío, Clarice Lispector, Elena Garro, Rosario Castellano, María Luisa Bombal, Nélida Piñón e molte altre. Ciò che intendo dire è che chiamare questa generazione di scrittrici il nuovo boom significherebbe dimenticare che ci fu un’esplicita volontà di cancellare le donne da quel boom famoso. Un altro aspetto di quella categorizzazione che mi disturba è che adotta il focus sbagliato, il nostro sesso, e dà al tema una sfumatura vendicativa che nessuno sta cercando. Credo invece che ciò che tutte vogliamo sia non permettere più che vengano dimenticate le decine di donne dietro di noi che sono state escluse da tutti i movimenti latinoamericani in modo premeditato e colpevole. Il fatto che le donne scrivano, e scrivano bene, non dovrebbe generare perplessità. Ciò che dovrebbe farlo è che, in un movimento continentale come il boom, non si menzionasse nemmeno una scrittrice”.

In tal senso, Denise Kripper, curatrice delle traduzioni di Latin American Literature Today, riconosce che si tratta di “una valida opportunità proprio per poter fare una lettura retrospettiva del boom degli anni Sessanta e Settanta e riscattare figure di scrittrici che non poterono godere della stessa visibilità dei loro colleghi uomini”, specifica, oltre a mettere in evidenza l’importanza delle traduzioni per dotare le opere di una portata universale. “Le autrici latinoamericane hanno avuto molta risonanza a livello internazionale, soprattutto nel mondo anglosassone. Nel caso specifico degli Stati Uniti, credo che abbia a che vedere con un fenomeno più ampio, potremmo dire un boom delle traduzioni in generale. Negli ultimi anni sono stati creati nuovi programmi accademici, case editrici indipendenti e riviste di diffusione dedicate alla traduzione letteraria, tra le quali Latin American Literature Today, che viene interamente pubblicata in versione bilingue. In questo contesto, mi sembra fondamentale mettere in risalto il ruolo dei traduttori e, in particolare, delle traduttrici, e il lavoro instancabile che svolgono nel promuovere la pubblicazione e la circolazione di una letteratura latinoamericana di qualità, scritta da donne. È grazie a traduttrici come Sarah Booker, Lisa Dillman e Megan McDowell, ad esempio, che abbiamo avuto la possibilità di condividere il lavoro di autrici come Cristina Rivera Garza, Pilar Quintana, Mariana Enríquez e molte altre”.

Gabriela Cabezón Cámara, Guadalupe Nettel, Samanta Schweblin, Margarita García Robayo

È proprio la traduzione di Las aventuras de la China Iron che è valso a Gabriela Cabezón Cámara un posto come finalista dell’International Book Prize e The New York Times, nel 2017 (anno della sua pubblicazione), lo aveva già acclamato come uno dei migliori libri di narrativa iberoamericana. “Ha da poco ripreso a circolare una nota del 1992 della rivista Gente intitolata «…E domani saranno Borges» in merito a quella che all’epoca era la giovane letteratura argentina e, su dodici autori, solo una era una donna” commenta l’autrice dell’altrettanto magistrale La Virgen cabeza. “Sì, mi rendo conto che, a differenza di altri momenti storici non troppo remoti, noi donne veniamo pubblicate e lette molto di più rispetto a prima. Ma, secondo la mia opinione, la sorpresa generata da tutto ciò racconta di una precedente situazione di grandissima disparità. Una situazione curiosa, perché noi donne scriviamo da sempre. Credo che, in questo contesto di maggiore parità nell’accesso alle pubblicazioni, non c’è da stupirsi che molte donne emergano. In questo momento, e da pochissimo tempo, succede che diverse autrici latinoamericane stiano riscuotendo molto successo. Ci sono grandissime autrici che stanno scrivendo e pubblicando. In merito alla definizione di boom, ci andrei cauta: il boom fu un fenomeno di mercato, creato da un’agente dalla mente brillante che seppe trovare e unire alcuni tra i tanti eccellenti scrittori della sua epoca. E ne lasciò fuori altri, come Reinaldo Arenas ed Elena Garro, per nominarne solo due. Al momento non c’è un’agenzia o una casa editrice che stia costruendo, in modo o nell’altro, un fenomeno simile”.

La messicana Guadalupe Nettel, acclamata per La figlia unica e vincitrice del Premio Herralde de Novela con Quando finisce l’inverno, riprende il pensiero di Gabriela Cabezón Cámara per segnalare la differenza rispetto a quel boom di testosterone. “Questo è stato un fenomeno più naturale. Il boom femminile si è sviluppato da solo. Nessuno si è proposto di montare un fenomeno commerciale con noi. Da un lato, si tratta di un trionfo delle lotte femministe che hanno smontato il pregiudizio circa il fatto che noi donne non siamo interessanti. Grazie a loro e ai lettori, sia la critica sia il mondo accademico si stanno interessando a ciò che scriviamo. Dall’altro lato, si tratta di un cambiamento di paradigma estetico. Se ci pensi”, puntualizza, “i romanzi del Ventesimo secolo in America Latina parlavano di politici, militari, dittature, di costruzioni di paesi e di estrazioni naturali. Molti erano romanzi storici o saghe famigliari costruiti attorno a un uomo. C’era un’abbondanza di personaggi chiaramente patriarcali (in tutto ciò, Cortázar fu un’eccezione). Questo era il gusto dell’epoca. La letteratura del Ventunesimo secolo, invece, è molto più intimista, più rivolta alla vita quotidiana, all’introspezione e alle fantasie terrificanti, generi a cui le donne si sono sempre interessate e in cui sono state delle campionesse”.

Da Madrid, l’editore di Páginas de Espuma, Juan Casamayor, ritiene che, ad oggi, stiamo attraversando un percorso che porta a una maggiore visibilità che “le madri e le nonne letterarie delle scrittrici attuali non hanno avuto: vale a dire, quello del Ventesimo secolo è un canone parziale che rende invisibile e ha silenziato metà del mondo della scrittura e della creazione. Queste madri, queste nonne hanno creato, scritto, e non da una posizione marginale e periferica, sono state scrittrici perfettamente inserite in una parte, in un ruolo sociale, culturale e intellettuale relativo alla loro epoca. Mi sembra cruciale rivendicare questo flusso continuo che c’è stato tra le scrittrici latinoamericane durante tutto il Ventesimo secolo e in questo primo terzo del Ventunesimo”.

Similmente a Nettel, e seguendo la linea di Casamayor, l’ecuadoriana Mónica Ojeda prende le distanze dal termine boom perché “non corrisponde a ciò che stiamo vivendo oggi”, sentenzia l’autrice di Las voladoras, Nefando e Mandibula, tra altre opere. “Mi sembra molto più interessante e proficuo parlare di come si siano aperti maggiormente lo spettro tematico, le forme e i punti di vista nella scrittura, e di come è cambiata la ricezione del lettore, al punto che la gente non si avvicina più con scetticismo alle opere scritte da donne. Non è una novità che ci siano donne che scrivono opere di qualità in America Latina, è sempre stato così: solo che prima la gente non si avvicinava ai loro lavori, gli editori non le pubblicavano, la critica non studiava le loro opere, la storia della letteratura non le considerava. Mi sembra che, più che di un fenomeno legato alla scrittura, ciò di cui dovremmo parlare sia un fenomeno di ricezione da parte dei lettori. E questo, chiaramente, lo dobbiamo in larga parte ai femminismi”.

Virginia Higa, Mónica Ojeda, Dolores Reyes

Nella cucina editoriale c’è identità di opinioni, e per questo ci si spinge ad assicurare che, da qualche anno, la letteratura latinoamericana spicca non solo per la qualità dei suoi scrittori e delle sue scrittrici, ma anche per i temi che affronta, come spiega Glenda Veietes, direttrice della División Literaria Penguin Random House: “Dalla finzione o da alcuni generi ibridi che emergono spontaneamente vengono inevitabilmente descritte le realtà vissute dai popoli latini. Dunque, in un territorio dove c’è povertà, narcotraffico, femminicidi, contaminazione causata dall’economia agricola e tutt’oggi si discute dell’aborto come se non fosse una questione di salute pubblica, alla letteratura, come forma d’arte, non resta altra alternativa che riflettere tutto ciò. Credo che questo interesse abbia a che vedere con la visibilità guadagnata negli ultimi anni da situazioni ingiuste vissute da noi donne tutti i giorni e che erano totalmente naturalizzate. La letteratura di oggi non è per niente tradizionale né convenzionale, per fortuna. È in piena trasformazione e va a braccetto con la diversità e con il multiforme che ci obbligano a essere sempre più creativi”.

Quando, nel maggio del 2019, Dolores Reyes pubblicò Mangiaterra non immaginava l’impatto che il suo primo romanzo avrebbe avuto sul mercato locale né la sua rapida apertura al mondo con la traduzione in inglese, francese, italiano, greco o turco. “Mi hanno molto sorpreso le traduzioni da parte dei Paesi nordici”, riconosce l’autrice, “di questi ultimi, stanno realizzando le traduzioni in svedese, danese e norvegese. È meraviglioso pensare che un universo così lontano si stia avvicinando al mondo periferico presentato dal mio romanzo, dove una ragazza scopre il destino dei corpi di alcune desaparecidas mangiando la terra che esse abitarono. Il fatto che fossero delle visioni a guidarla dalla terra a quei corpi mancanti mi è sempre  parso un qualcosa di molto latinoamericano, tanto da interrogarmi su cosa leggeranno questi nuovi lettori così distanti”, analizza. “Se, attualmente, c’è un boom latinoamericano al femminile, desidero che sia sufficientemente forte da cancellare i meccanismi che ci hanno escluso per anni, in modo che, adesso, possiamo entrare noi donne, le travestite, le lesbiche e le dissidenti, autrici che, con la loro scrittura, affrontano un ventaglio di tematiche che va dal trasformare problemi sociali che sono ferite aperte in finzione narrativa, fino a del materiale totalmente estraneo a quegli elementi identificabili, invenzione pura”.

“Era ora, no?”, María Fernanda Ampuero spara a zero. “Le donne, e mi sembra ridicolo doverlo dire, siamo la metà della popolazione e scriviamo da cinquanta secoli, da Enheduanna, il fatto è che il patriarcato, fino a pochissimo tempo fa, controllava tutto, a cominciare dalla voce che doveva essere ascoltata. I movimenti globali delle donne, sia nelle zone rurali che in città, per le strade e attraverso le reti sociali, hanno reso impossibile, o almeno molto difficile, mantenerci nell’ombra come è successo per secoli. La stampa dovrebbe vergognarsi di fare tante sceneggiate sul fatto che le donne scrivano e vincano premi, perché suona innanzitutto come condiscendente, e poi come un qualcosa di passeggero: ‘Dai, parliamo di questa moda delle donne che scrivono’. Ciò che bisognerebbe fare, piuttosto, è domandarsi perché per anni non abbiamo generato alcun interesse, perché nessun giornalista culturale – forse perché erano tutti uomini? – non ha mai pensato di scrivere una recensione su, che ne so, l’opera di María Luisa Bombal, Armonía Somers, Amparo Dávila, Elena Garro o Ileana Espinel”.

La giornalista e scrittrice Gabriela Saidon (finalista a uno dei premi della Semana Negra de Gijón di quest’anno) ritiene che ci troviamo di fronte a una sorta di revisionismo di genere. “Ci siamo sempre state, adesso ci vedono”, puntualizza. “Credo che non ci sia giorno in cui non venga alla luce un’autrice del passato che non conosciamo. Bisogna anche considerare che la maggior parte delle persone che leggono sono donne, e se prima tutte leggevamo gli uomini, ora questo movimento determina il fatto che scegliamo di leggerci e in tutto ciò cominciano a essere eliminati, anche se c’è ancora molta strada da fare, i pregiudizi rispetto all’identità di genere, come le lesbiche o le donne trans, per esempio, e non solo le donne cis. Ma anche le modalità di circolazione nelle fiere femministe o delle case editrici indipendenti, o in rete, o i diversi supporti digitali che aprono a nuove possibilità favoriscono i consumi, con domanda e offerta più orizzontali. E non è più solo l’autrice di fama, ma una specie di ritorno al focolare o al sabba dove ci rallegriamo per noi stesse, ma anche quando pubblicano le altre”.

Vera Giaconi, Camila Fabbri, Ariana Harwicz, Fernanda Trias

E a questo sabba si aggiunge Camila Sosa Villada, la cordovana che con Las malas ha vinto il Premio Sor Juana Inés de la Cruz. “Direi sì, che è un boom, che in tutto il mondo si legge la letteratura delle donne e dei travestiti che scrivono nel peggiore dei contesti, che esistono nomi nuovi, che hanno le tette o sognano di averle. Premiate, eccellenti, sempre nella lista dei premi più prestigiosi, degli eventi più importanti, e così via. Direi anche che, nelle librerie, alcuni nomi brillano e attirano curiosità, perché si presta attenzione non solo a ciò che le donne e le travestite scrivono, ma anche a come vengono pubblicate, intervistate, insomma, a come queste scrittrici vengono viste. Qualcosa della componente terribile e feroce dell’essere latina ha dato effetti nella scrittura, una specie di squarcio nella pagina, che, d’altra parte, è assolutamente meritato”, riflette l’attrice e scrittrice transgender. “Vedi, dato che io sono un po’ ignorante in merito ai convenzionalismi e alla sostanza di ciò che sta al di fuori della mera azione del raccontare, ti dico quello che posso capire: non è la stessa cosa scrivere da un angolo, tra la sopravvivenza e la malattia, in cui il mondo è pericoloso per gli uomini, non è la stessa cosa scrivere da un corpo dove la letteratura si è sviluppata fianco a fianco con la paura, con la consapevolezza del rischio. Essere un travestito o essere donna e scrittrice porta con sé un rischio che gli uomini non conoscono. Salvo gli omosessuali, chiaramente, stavo pensando a [Pedro] Lemebel, quel pericolo è condiviso dalle donne, dai travestiti e dalle checche che cominciano a scrivere. Immagina il mondo che si trova in quegli sguardi, che osservano da dietro, da fuori, in mezzo a ramificazioni, dall’isolamento. Quello è il mondo di cui si scrive e che sembra essere stato ignorato da tutti coloro che leggono. E adesso lo scoprono a portata di libreria”.

Ciò che non può essere ignorato è che, essendo affiancato da campagne di marketing, premi e traduzioni, possiamo dire che “è anche un fenomeno di vendite”, enfatizza Paola Lucantis, editrice di Tusquets Argentina. “Non vorrei utilizzare né l’etichetta di boom né quella di femminile. La prima perché indicherebbe qualcosa di eccezionale e di transitorio, e la seconda perché non credo che esista una letteratura che possa essere racchiusa nella categoria del femminile. E perché non so cosa sia il femminile. Il lavoro delle autrici viene da molto lontano. La qualità è la stessa, si mantiene e aumenta. Quello che cambia è la visibilità. Sì, credo che sia accompagnato da un fenomeno di vendite. Perché forse bisogna pensare che, parallelamente alla visibilità di molte scrittrici, compaiono anche molte lettrici. E lettori, ovviamente. È un buon momento per la letteratura latinoamericana, che coincide con un contesto storico-sociale, di rivendicazioni e di trasformazioni in merito a molte diseguaglianze. Ciò comprende la visibilità delle donne in tutti gli ambiti e il mercato editoriale non ne è escluso”.

Dal suo lavoro quotidiano, Nicole Witt, l’agente letteraria della tedesca Mertin Witt, conferma che la letteratura scritta da donne, in questo momento, è la più ricercata. “Lo affermo in base alle nostre conversazioni con scout, co-agenti, traduttori e editori nazionali e internazionali. Perché? Il ruolo della donna è radicalmente cambiato rispetto all’epoca del boom di cui García Márquez, Vargas Llosa e Cortázar sono stati protagonisti: le donne sono molto più presenti nella società e nella coscienza collettiva. Non per nulla, sempre più donne fondano case editrici o marchi esclusivamente dedicati alla pubblicazione di opere di autrici, solo nelle ultime settimane abbiamo avuto due esempi, in Francia (Dalva) e in Germania (Ecco)”.

Maribel Luque, direttrice letteraria dell’agenzia Carmen Balcells, ritiene che questo boom non sia esclusivamente latinoamericano. “A fianco di autrici come Schweblin, Enríquez, Brenda Lozano, Ojeda o Melchor, troviamo voci spagnole non meno potenti come quelle di Sara Mesa, Andrea Abreu, Elena Medel, Txani Rodríguez, Eva Baltasar, Irene Solà o Maria Climent. Direi che si può parlare di un boom femminile, femminista, non ascritto a un territorio ma in espansione in tutto il mondo, e la letteratura si fa eco di ciò in tutte le lingue. E, naturalmente, le case editrici danno spazio a queste scrittrici perché la società sta reclamando sempre di più questa presenza femminile”.

Pensando a questo nuovo interesse del mercato editoriale, la colombiana Margarita García Robayo, autrice di Tiempo muerto e Cosas peores suppone che “abbia a che vedere con il politically correct tanto di moda negli ultimi anni: bisogna avere una lista di scrittrici per assumere una posizione, per non rimanere fuori. Non mi sembra un crimine, ma, come tutte le liste, sì, mi sembra una semplificazione”, sentenzia. “Le scrittrici latinoamericane contemporanee non si autogenerano come spore, vengono da diverse e abbondanti tradizioni. Intendo dire che il nuovo interesse è benvenuto, ovviamente, ma il fatto che sia così nuovo non smette di infastidirmi”.

Uno degli aspetti che richiama maggiormente l’attenzione, e sostenuto da Denise Kripper, è che la critica “fa ancora fatica ad avvicinarsi a queste opere senza analizzarle a partire dalla condizione femminile delle autrici”. E questo porta al fatto che Gabriela Cabezón Cámara si chieda: “Perché? Perché tanta sorpresa, tanti dibattiti, tante conversazioni sul fatto che anche noi donne scriviamo e siamo anche lette? Ma la sorpresa destata dall’interesse per ciò che scriviamo noi donne, a mio parere, racconta di un precedente stato di cose molto curioso: evidentemente si presupponeva che noi donne non fossimo parte, o che fossimo una parte infima, dell’istituzione letteraria. C’è una questione storica, una via di accesso meno difficile a mondi che prima ci erano vietati: sì, noi donne scriviamo. Mi sembra che stia venendo il momento di sorprendersi sempre meno e iniziare ad accettare che la buona letteratura non dipende dal genere del suo autore/autrice”.

La critica culturale e scrittrice argentina María Moreno mette in evidenza, in questa analisi, le “alleanze di donne e di trans che comprendono scrittrici e editrici, accademiche e attiviste, che hanno sfruttato le nuove tecnologie per mantenere un continuum letterario e, ovviamente, le lettrici. Non si poteva più ignorare ciò che era ben visibile. Gran parte delle proposte più audaci e dirompenti in ambito letterario è stata scritta da donne e da trans. Basta vedere come Cabezón Cámara rivoluziona il Martín Fierro o guardare al realismo magico trans di Camila Sosa Villada”, spiega. “Sono importanti anche le militanze femministe che, nelle loro mobilitazioni, utilizzano la performance e la letteratura, e l’esistenza di una critica come quella dispiegata nella Historia feminista de la literatura argentina (curato da Laura Arnés, Nora Domínguez e María José Punte, il cui primo volume, En la intemperie, ha appena fatto la sua comparsa).

Questa letteratura femminile che funzionava come una sorta di categoria commerciale “evidenziava solo la profondità del pregiudizio con cui dovevano destreggiarsi le donne che scrivevano e a cui tutti, in maggiore o minore misura, partecipavamo”, approfondisce Maximiliano Papandrea, direttore di Editorial Sigilo. “Oggi, noi editori siamo meno miopi”.

María Moreno, Katya Adaui, Gabriela Saidon

Il movimento femminista ha fatto sì che le case editrici mostrassero maggiore interesse, non c’è dubbio, e, su questo punto, si sofferma Tamara Tenenbaum (El fin del amor e Todas nuestras maldiciones): “Soprattutto questo fatto di andare alla ricerca di voci, che già c’erano, ha generato ancora più interesse nei mezzi di comunicazione per scrivere delle recensioni, e nella letteratura istituzionalizzata, ovvero, i festival. Allo stesso modo, credo che valga la pena dire che i lettori ci stanno accompagnando. Oggi, nelle classifiche di vendita, si vedono più donne che uomini: che vadano bene o male, che vengano lette e recensite, dipende dalla loro qualità. Se non c’è qualcosa di autentico, non si ottiene niente”.

Come se si trattasse di una grande palla di neve, la scrittrice Virginia Higa (Los sorrentinos) sottolinea che ci troviamo chiaramente di fronte a “un fenomeno che coinvolge anche le case editrici, in molti casi quelle piccole e medie, che pubblicano le opere prime di alcune autrici. Una palla di neve dall’effetto positivo, per la quale c’è da festeggiare”. E che l’uruguayana Vera Giaconi (Persone care) accoglie come un grande futuro per le ragazze di oggi che stanno cominciando a scrivere,“perché è pieno di nomi, riscattati e nuovi, e di grande compagnia. Forse per questo si può riscattare il concetto di boom per parlare di questo nuovo scenario, come se fosse un’esplosione che ha fatto crollare dei vecchi spazi per ampliare il territorio”. Sguardo che condivide la peruviana Katy Adaui (Geografía de la oscuridad) quando dice: “Anche noi abbiamo dovuto eliminare il pregiudizio su qualcosa che ormai avevamo interiorizzato: solo gli uomini pubblicavano. Continua a essere molto difficile che i libri viaggino, ma tra autrici e editrici c’è una rete di solidarietà. Pronunciamo i loro nomi, le cerchiamo, le leggiamo, le segnaliamo”.

Come per ogni boom, Ariana Harwicz (Matate, amor, La débil mental e Degenerado) riconosce gli effetti positivi, ma anche quelli negativi portati da qualsiasi moda. “Parlare di un boom latinoamericano femminile porta con sé il peso di essere un’etichetta, racchiusa in un’identità che finisce per limitarla. E a questo bisogna prestare attenzione”. È ora di smettere di vedere questa situazione “come un fenomeno anomalo”, afferma Camila Fabbri, eletta quest’anno come una delle migliori narratrici in lingua spagnola under 35 dalla rivista inglese Granta. “Continuare a guardare al cosiddetto boom come se fosse qualcosa di infrequente, strano o singolare non fa che condizionarci”.

Secondo Lucantis, il nuovo interesse non è di tipo filantropico. “Viene stimolato dalla ripercussione che queste scrittrici generano sui lettori e sulle lettrici che hanno saputo conquistare. I loro libri si vendono. C’è un mercato. Anche l’editoria deve fare un mea culpa e ampliare lo sguardo. In alcuni casi sarà per convenienza, in altri per convinzione. Quel che è certo è che le scrittrici latinoamericane si meritano ognuna di queste traduzioni e ognuno di questi premi. E se tocca loro essere le portavoce di un’estetica e di un determinato periodo politico dell’America Latina, ben venga. Se il successo delle donne fosse un fatto naturale nell’immaginario sociale non ne parleremmo mai. Ed etichettarlo o segnalarlo lo rende marginale e nuovo a causa della sua eccezionalità. Sarebbe più giusto pensare dove e da chi sono state relegate alcune autrici, e anche alcuni autori, e la loro letteratura, in un mercato che è parte di un mondo e di un sistema con molteplici disuguaglianze sociali. E non solo tra uomini e donne”.

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