Metterci in salvo: una lettura di “Aparecida” di Marta Dillon

Pubblichiamo, nella traduzione di Gaia Biffi, l’articolo apparso su Notas – Periodismo popular dedicato ad Aparecida, testo potente e intimo della scrittrice e giornalista argentina Marta Dillon.



Aparecida è la recente autobiografia di Marta Dillon, una finestra aperta sui suoi itinerari politico-affettivi. È un monumentale convito della generosità dell’autrice, splendida di fronte a ogni cosa, mentre amoreggia permanentemente con la vita, proprio come faceva sua madre. È una cronaca esatta e onesta. Se c’è della finzione, il risultato ottenuto è impeccabile: a Marta Dillon si crede sempre. Ha la capacità di ricostruire senza risparmiare molto né dell’angoscia né della festa che, nel 2010, ha significato per lei la telefonata dell’Équipe Argentina di Antropologia Forense che le comunicava che i resti di Marta Angélica Taboada, sua madre, erano stati identificati insieme ad altri.
Marta Taboada, militante del FR17, era stata portata via dalla casa dove viveva con i figli e due compagni all’alba di un giorno di ottobre del 1976. È stata prigioniera-desaparecida per diversi mesi e infine è stata assassinata durante un falso scontro a fuoco – ora lo sappiamo – nel 1977, a Ciudadela.
I resti di Marta Taboada sono stati identificati nel 2010 mentre la figlia maggiore, Marta Dillon, si trovava in Europa con la compagna e Furio, il figlio di entrambe. Non è stata solo questa apparizione a rendere quell’anno indimenticabile. Il 2010 è rimasto impresso nella traiettoria di Dillon e di migliaia di argentini grazie a un altro punto di svolta: l’approvazione della Ley de Matrimonio Igualitario che quello stesso anno avrebbe permesso a Marta Dillon di sposarsi con Albertina Carri.
Aparecida ci chiama a seguire da vicino la valanga di sensazioni che quella telefonata ha provocato in Marta Dillon, a cui non ha dato sollievo ritrovare le ossa della madre desaparecida durante l’ultima dittatura militare.

Le ossa non mi hanno dato sollievo […] Le ossa mi avevano portato un sacco di domande, un dolore da morte recente, la sensazione di essere stata toccata da una bacchetta magica, scelta per officiare una cerimonia di addio per chi non c’era e non se n’era mai andato […]  sollievo, no…

A partire da questa certezza che si traduce in inquietudine, questo libro ci immerge nei meandri delle emozioni politiche che scuotono la vita di Dillon. Aparecida è un romanzo d’amore, di molti amori: racconta dell’amare in quanto figlia, amica, madre, sorella, amante. Tratteggia in modo crudo, senza autocelebrazioni né falsa umiltà, lo sforzo che comporta amare e prendersi cura di qualcuno in un mondo in cui domina l’ingiustizia e la meschinità premia.
Dillon non occulta nulla di ciò che sente. La rabbia nei confronti di una madre che ha scelto di vivere nel pericolo invece di rimanere con lei. Che modo è questo, egoista e al contempo immenso, di attraversare la maternità, socialmente pensata come la massima forma di rinuncia a ciò che si è per amore di chi è stato concepito? «Avrebbe dovuto insegnarmi come ci si separa. Avrebbe dovuto allontanarmi un po’ da sé […] Avrebbe dovuto prepararmi a sopravvivere nella landa desolata dove fluttuava la polvere delle gioie e delle lotte del popolo latinoamericano» rivendica Dillon.
Questa evidente rivendicazione nei confronti della madre militante appare sfumata, perché fino ai dieci anni, l’età che Marta Dillon aveva quando hanno sequestrato sua madre, Marta Taboada l’ha sempre coinvolta nelle sue decisioni: un altro tradimento alla maternità egemonica dove decidono gli adulti. Non solo la invitava a prendere decisioni, Marta-madre ha incluso Marta-figlia nella sua lettura dell’ingiustizia umana regalandole lo straziante racconto di José Mauro de Vasconcelos, Zezé e l’albero d’arance. Chi ha avuto accesso a questo libro durante l’infanzia sa che, nel leggerlo, non è più possibile rimanere insensibili di fronte alle miserie del mondo. Non è un caso che persino oggi Dillon trovi nelle parole il modo migliore per esorcizzare il dolore.
Perciò, quella di Dillon non è pura rabbia. È anche orgoglio di sapersi figlia di una donna determinata, dalle belle gambe e dalle idee chiare, determinata a mettere da parte la propria felicità individuale per amore di un “noi”, ma, allo stesso tempo, convinta che bisognasse sfruttare ogni momento come se fosse l’ultimo. Ammirazione per quella donna «audace e generosa, come quando portava a teatro i militanti clandestini che non c’erano mai stati perché non si poteva aspettare il trionfo della rivoluzione per godersi quello di cui valeva la pena godere». È un’identificazione con la militante civettuola che ha insegnato tutto su creme e sulla cura di sé a Susi, la ragazza che lavorava a casa sua e che spesso si è occupata della Marta-bambina.
Il sentire è anche un grato riconoscimento, femminista, di fronte alle imprese di Marta Taboada per portare da mangiare a casa quando il padre dei suoi figli se ne è andato con un’altra («Mia nonna credeva davvero che non mi ricordassi quanto papà l’aveva fatta soffrire? Che avessi dimenticato quanti lavori si era dovuta inventare una volta rimasta sola con quattro figli sulle spalle?»)
Tra i tanti momenti meravigliosi, Aparecida propone un sogno di Marta Dillon su sua figlia che racconta di uno stupro e dell’impossibilità di proteggerla. L’incubo si conclude con Dillon che formula una domanda che sarebbe interessante rivolgere a lei stessa: «Perché, figlia mia, perché non ti sei messa in salvo?»
Marta Taboada avrebbe sicuramente voluto che i suoi quattro figli si salvassero, non vincolarli alla sua decisione di sacrificarsi per un progetto di vita degna per il popolo latinoamericano. Ma nemmeno Marta Dillon ha scelto di salvarsi, proprio come sua madre. Ecco perché, attualmente, è una delle referenti del movimento di donne, femminista e diverso, uno dei movimenti con maggiore capacità di lottare, organizzazione dell’agenda pubblica, conquista di diritti e volontà di unità dell’Argentina.
Aparecida tematizza, tra le altre cose, un rapporto madre-figlia stracolmo di affetto, premura, nostalgia e contraddizioni. Madre, figlia, passato e presente: qui i lignaggi non hanno a che vedere esclusivamente con il sangue, ma, soprattutto, con delle scommesse.
Aparecida vede la luce nel 2015, anno in cui quel movimento di donne e femminista segna un momento storico nella storia delle lotte latinoamericane al grido di #NiUnaMenos, nel protestare di fronte al flagello strutturale della violenza di genere. Non a caso, Marta Dillon è stata una delle grandi artefici (di nuovo) del movimento che ha convocato questa impresa di massa. Aparecida è un modo di dare vita al #NiUnaMenos con le eredità delle lottatrici che sono venute prima di noi. In una congiuntura tanto complessa come quella attuale, cospirare insieme a chi ci ha preceduto ha assolutamente senso. Se oggi perdiamo le battaglie attuali, perdiamo anche quelle passate.
Perciò oggi, coperta dalle macerie e bellissima, Marta Dillon può regalarci questa trama piena di colori, intrecciata con altre amiche, compagne e amanti, ballata al suono dell’allegria della lotta, proprio come si ballò la tardiva veglia funebre di Marta Taboada, l’ultimo saluto.
Le parole, la letteratura e questo racconto sono strumenti insindacabili per disegnare quelle immagini folgoranti di cui si ha bisogno affinché il coraggio accorra in aiuto. È raccomandabile fare spazio a questo libro nel contesto di guerre attuali contro i devoti del passato e di oscuri misogini cultori dell’amnesia.
Aparecida rappresenta una forma di giustizia, una strizzata d’occhio complice che traccia un ponte tra generazioni, che parla a noi donne di questi popoli latinoamericani. Parla a noi che, in questo momento di pericolo, accettiamo la sfida di mantenere un filo diretto così da perdurare nella memoria collettiva, dal momento che abbiamo deciso non di salvarci da sole bensì di proteggerci in comunità.

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