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la perfetta decostruzione |
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18/12/2009 Fino a questo momento, non conosco un solo lettore che si sia lamentato di questo libro, vincitore del con il prestigioso premio internazionale La Otra Orilla, edizione 2007, promosso dalla casa editrice argentina Norma. Ispirato da un fatto reale, Un cinese a buenos aires, è un romanzo che si legge con piacere e molta complicità; i protagonisti -due personaggi molto ben caratterizzati- sono Ramiro Valestra e il suo sequestratore Li, che possono rappresentare l’incontro tra due culture che stanno iniziando a conoscersi: quella cinese e quella argentina. L’autore, Ariel Magnus (Buenos Aires, 1975), è considerato, a ragione, uno dei principali narratori latinoamericani di oggi.
La prima cosa che balza agli occhi è il tuo senso dell’umorismo. L’idea all’inizio era scrivere un libro serio, giornalistico, sull’immigrazione cinese in Argentina. Ma dato che la cosa non sembrava interessare a nessun editore e io avevo già iniziato a fare delle ricerche, l’ho buttata sul comico/assurdo, quasi per vendetta. L’assurdo è, in ogni caso, il punto verso cui scivolano il mio pensiero e la mia immaginazione quando scrivo, sostenuto in questo caso dal fatto insolito della storia reale del cinese piromane che funziona da punto di partenza del romanzo (una storia che in realtà è piuttosto tragica, come spesso succede nelle commedie). Nel libro ho cercato tutto ciò che di cinese c’era nel mio immaginario, come se stessi buttando verdure in un wok, lo humour ha un po’ la funzione della salsa di soja, che amalgama e da sapore al tutto. Solo usando quel tono ho sentito di poter esplorare l’immaginario su ciò che è cinese, un immaginario personale, ma allo stesso tempo parecchio diffuso, non solo in Argentina ma anche in altri paesi.
Tempo fa César Aira ha detto che gli scrittori devono rifuggire dall’umorismo come se fosse la peste.Te lo segnalo, visto che è uno dei mebri della giuria che ha premiato il tuo romanzo. Non ti pare curioso? Molto curioso, davvero. Aira rinnega l’umorismo, anche se i suoi libri ne sono pieni (magari contro la sua stessa volontà). Borges faceva lo stesso, eppure alcuni dei suoi racconti sono decisamente umorístici (Pierre Menard, per esempio). Credo che ci siano valide ragioni per essere quanto meno scettici nei confronti dell’umorismo (e di Aira, e di Borges). Una è che si tratta di un’arma a doppio taglio, perché da una parte genera una rapida empatia nel lettore, ma dall’altra gli impedisce, o diciamo che gli rende difficile, prendere sul serio ciò che sta leggendo. Lo humour, soprattutto se si permette il lusso di non essere costantemente "intelligente", genera presto sospetti circa la serietà dell’autore (cosa che non capita all’autore solenne, per quanto la solennità sia la fonte principale dello humour). Chi utilizza sempre l’umorismo corre il rischio di cadere nella battuta scema. Credo però che sia un rischio che va corso, se ti piace l’umorismo. E a me piace. E per il momento non lo rinnego.
L’empatia fra i protagonisti, Ramiro Valestra e il suo sequestratore Li, è quasi immediata. Ramiro sente empatia nei confronti di Li nel momento in cui deve presentarsi a testimoniare sul suo arresto, proprio come io (e altri) ho provato empatia con il Li reale quando abbiamo letto sul giornale del suo arresto. Mi pare che la simpatia vada in questa direzione (ciò che pensa Li è insondabile, è pur sempre un cinese), ed è necessaria affinché Ramiro si accosti alla cultura cinese. Ho cercato di costruire un personaggio che non sa cosa vuole dalla vita e con (per così dire) un grado zero di cinesità, mi serviva per giustificare che il fatto che rimanesse volentieri nel quartiere cinese e ce lo raccontasse dall’interno.
Mi ha colpito che ci sia un notevole sviluppo culturale cinese in Argentina. È davvero così? In realtà non lo so. I cinesi (della Cina, non i giapponesi o i coreani) iniziarono ad arrivare in massa in Argentina relativamente poco tempo fa, il loro quartiere è relativamente piccolo e benché abbiano molti ristoranti e non ci sia argentino che non compri nei loro minimarket varie volte alla settimana, non sembra che siano molto integrati nella cultura argentina, che peraltro è già un insieme di altre culture. Forse i loro figli si stanno integrando in questo momento o lo faranno in un futuro prossimo. Ciò che è molto radicato nella nostra cultura (e credo in tutte le altre) è un certo immaginario su ciò che è cinese, molto più ampio di quanto si potrebbe pensare. Non c’è stato quasi nessuno che mi abbia parlato del libro senza aggiungere qualche dato assente nel romanzo: personaggi di romanzi, giocattoli, canzoni... Questa cosa, vedere fino a che punto ciò che è orientale fa parte del nostro occidente, è stata per me l’autentica scoperta scrivendo la storia di Ramiro e Li (e Yintai).
Come è nato il tuo interesse per quella cultura? Tutte le culture antiche mi hanno sempre affascinato, non solo quella cinese. Prima di mettermi a studiare letteratura avevo iniziato greco, latino e persino sanscrito. E poi una decina d’anni fa ho fatto un viaggio in Cina, e mi sono sempre sentito a mio agio nei quartieri cinesi delle città che ho visitato. Il punto di partenza del romanzo è stato il caso di Li, ma è chiaro che i miei precedenti contatti con quella cultura millenaria stavano chiedendo di essere riversati in un libro.
Come hai fatto a far sì che lo humour non finisse per tradire lo spirito del romanzo? Per me quella di Ramiro è una storia d’amore, e l’amore è una cosa seria. Forse è questo che mi hai impedito di scrivere una lunga barzelletta e niente più. Credo inoltre che la chiave stia nel fatto che la mia intenzione non fosse quella di scrivere un romanzo umoristico, è stato il libro a trascinarmi in quella direzione. Lo humour sta nella forma di vedere e di raccontare del narratore, però non è né il tema né l’obiettivo del libro.
Quale è stata la cosa più difficile da scrivere? La cosa più difficile per me, in questo come in tutti i casi, è correggere una volta che ho scritto il libro, e soprattutto tagliare. In questo caso, la parte "teorica" degli ultimi capitoli, in cui Li espone la sua teoria sulla cultura cinese e la cultura ebraica, era molto più lunga. Il problema è che le parti che preferisco di solito sono le più noiose e superflue”.
Qualche riferimento letterario... Ho letto tutto quello che mi è capitato per le mani sulla Cina (inclusi autori argentini come Aira, che ha scritto "Un romanzo cinese", e racconti di Borges con personaggi cinesi, come "Il giardino dei sentieri che si biforcano"). Ho riletto anche cose che avevo nella mia libreria (per esempio romanzi cinesi antichi nelle traduzioni in tedesco di Franz Kuhn). Ho poi visto film e ho navigato in rete. Nel periodo in cui stavo scrivendo, ero completamente immerso nel mondo cinese, al punto da comprarmi un wok e un libro di ricette (che non ho mai usato). Riferimenti letterari diretti per questo libro non ne ho avuto nessuno in particolare. Voglio dire che mi sono nutrito di tutti. Il romanzo ha uno spirito chiarissimo: la scoperta attraverso lo stupore. Il fatto è che fin dall’inizio non l’ho immaginato come uno scontro problematico, ma come quel processo di "scoperta attraverso lo stupore" a cui fai riferimento. Benché non l’abbia pensato come romanzo di formazione, credo che alla fine in parte lo sia: una specie di viaggio tranquillo dal pregiudizio nei confronti di ciò che è cinese fino alla fascinazione e all’innamoramento, e allo stesso tempo un modo di guardare la mia stessa cultura, quella argentina, da un ‘fuori’ che sta ‘dentro’. Perché il quartiere cinese è questo, ¿no?, una succursale di un’altra cultura (e in queste caso LA altra cultura, la cultura più lontana secondo l’immaginario occidentale) dentro la tua stessa città.
Qualche commento su Un cinese a Buenos Aires che ricordi particolarmente? In una intervista congiunta su un giornale colombiano, a César Aira e a Santiago Gamboa hanno domandato perché avessero premiato il mio romanzo, avrebbero potuto mettersi a dare ragioni più o meno tecniche per giustificare la loro decisione, ma tutti e due hanno preferito dire che l’avevano letta con piacere. L’ho sentito come un grande complimento. |
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